GuidaMacropolis

 

 

Le chiavi dei Tarocchi: in alto a sinistra, il sigillo di Cagliostro ALTHOTAS - ACHARAT - CAGLIOSTRO
di STELIO CALABRESI (Fonte) vedi anche qui

Sul Cagliostro - personaggio storico - sono fiorite molte leggende, ma sulla sua vicenda umana abbiamo molti dubbi e ben poche certezze; perfino il suo certificato di morte è ritenuto, da taluni, un falso grossolano. La leggenda vuole che Cagliostro, invocata la confessione, avesse ucciso il confessore allontanandosi con i suoi abiti per finire ... in America (???).

Di certo possiamo dire che fu un personaggio scomodo in vita e ancor più scomodo da morto al punto che la tomba venne occultata così bene da essere sfuggita a tre secoli di ricerche ed a qualsiasi morboso tentativo di individuazione.

L’ipotesi generalmente accettata è che si trattasse di un povero Cristo, nato a Palermo nel 1743, tal Giuseppe Balsamo; dopo essere fuggito dal Seminario di Caltagirone e dopo brevi quanto saltuari studi di disegno, si sarebbe rifugiato a Roma esercitando la nobile arte di arrangiarsi per sbarcare il lunario. L’arrangiarsi, in quell’epoca - come del resto in ogni tempo - significava vivere di espedienti più o meno ingegnosi nel tentativo di procacciarsi un futuro meno incerto di un presente di miseria.

A Roma conobbe e sposò Lorenza Feliciani che trasformò nella novella Iside di un culto esoterico creato nell’ambito di una Loggia Massonica di rito egiziano, da lui inventata: la povera Lorenza ebbe il suo momento di notorietà unicamente per ave venduto il marito all’Inquisizione. Ed ecco uno dei numerosi misteri della coppia: perché venderlo all’Inquisizione se circolava tranquillamente per Roma?

Da Roma erano già partiti quando cominciarono un giro attraverso le Corti d’Europa presso le quali il Conte esercitava le più svariate attività: da mago a falsario, da profeta a imbonitore, da alchimista a cartomante, fino a praticante delle teorie del dottor Mesmer. Dotato di un indubbio fascino personale, a Parigi, incappò nel grosso scandalo dei gioielli che l’arcivescovo di Rohan intendeva donare alla regina Maria Antonietta. Per quanto assolto, fu costretto a ritornare a Roma per il suo incontro col destino.

A questo punto mi pongo il primo problema: il Cagliostro. che emerge da questa sommaria descrizione, è ovviamente un imbroglione, un illetterato con qualche approssimativa base culturale di accatto. Possibile che fosse in grado di sopravvivere, col solo fascino personale, in ambienti culturalmente raffinati - come quelli delle corti illuministiche? Come poté farsi strada in un ambiente quale quello della Massoneria che in quegli anni, in Gran Bretagna, andava gettando le basi teoriche e culturali della propria dottrina?

La visita alla Rocca di San Leo ed al piccolo museo ivi organizzato, per converso da’ un energico scossone al luogo comune di un Cagliostro illetterato. Basti pensare alle centinaia di opere ivi esposte che, nella forma e nel contenuto evidenziano una profondità di pensiero insospettabile. E non è a dire che a quell’epoca andassero di moda i “ghost writers”!

Cagliostro non era dunque quello che la leggenda ci presenta!

Mi si dirà che la leggenda fu creata ed alimentata dallo stesso avventuriero. Entro certi limiti potrebbe convincermi solo nei limiti in cui Cagliostro si sarebbe inventato il nome (Alessandro) ed attribuito il titolo nobiliare (Conte). Questo rientra nei costumi dell’epoca (casanova, suo contemporaneo e collega di imbrogli si era attribuito il titolo di cavaliere!). Ma come spiegare il fatto che l’illetterato Cagliostro conoscesse l’ebraico al punto da comporre testi esoterici in quella lingua? E, al di là di ogni altra considerazione vi è una domanda, alla quale non si può dare risposta, che a mio avviso, taglia la testa al toro: a chi sarebbe giovata una affermazione di semi-analfabetismo visto che si muoveva a proprio agio e con successo in un mondo come di dotti illuministi?

Sembrerebbe maggiormente plausibile un’altra teoria che fa di Cagliostro, uno sconosciuto, una sorta di spia dello Stato Pontificio, assoldato dai Gesuiti, che ad un certo punto (lo scandalo di cui ho detto) decide di mettersi in proprio e, passando dall’altra parte, tradisce.

Questa tesi, per quanto storicamente discutibile (e non altrimenti dimostrabile), avrebbe il merito di spiegare almeno il motivo dell’odio dei pragmatici gesuiti e l’atteggiamento dell’Inquisizione che non condannò a morte lo ”eretico” preferendo la condanna a vita per lui e per la moglie delatrice. Ma anche qui la conclusione è ricca di contraddizioni perché la condanna a vita, era riservata dal codice di Eymerich ai relapsi (cioè a coloro che avessero fatto abiura dei passati errori): ma dell’abiura non esiste traccia.

E, ancora, perché fu deportato a San Leo e non in un istituto di religiosi come prescriveva il predetto inquisitorio?

La vicenda di San Leo, ha tanto il sapore di un romanzo alla “Conte di Montecristo” che fa la pariglia con la leggenda della fuga rocambolesca. E allora, passiamo dal Castello d’If alla Bastiglia della Maschera di Ferro e domandiamoci: ma allora chi fu il prigioniero di San Leo?

A rendere legittima la domanda ricorderò che è recentemente avanzata una nuova ipotesi sulla identità del sedicente Conte: secondo tale teoria Alessandro Cagliostro e Giuseppe Balsamo non fossero la stessa persona.

È stato osservato che il nome <Cagliostro> sarebbe proprio di una famiglia portoghese trapiantata in Sicilia. Cagliostro sarebbe una deformazione della parola “callosto”, vascello, che il nobile avrebbe aggiunto al proprio cognome come titolo di nobiltà. Questo diritto gli sarebbe stato conferito da un Re di Spagna da lui salvato durante un naufragio: come dire “Alessandro Conte del Vascello”.

A suffragio di tale ipotesi si citano due testimonianze.

La prima  è di Giovan Giacomo Casanova che, come ci dice nei suoi “Memoirs” avrebbe incontrato il nobile Cagliostro, sulla strada di S. Jacopo de Compostela.

La seconda è di Goethe il quale nel suo “Viaggio in Italia”, riferisce di sue ricerche effettuate in Sicilia dove ne avrebbe trovato un discendente col quale ebbe modo di scambiare confidenze.

Ma, a ben vedere, ambedue le testimonianze mi appaiono abbastanza sospette.

La prima perché Casanova avrebbe dichiarato nobile, per pura vanagloria, chiunque avesse incontrato col quale avesse intrattenuto rapporti.

La seconda perché Goethe pagò per le informazioni e con i soldi, come è noto, si comprano tutte le dichiarazioni che si vogliono: ma ne riconosco la buona fede.

A voler esaminare con obiettività i pochi dati di fatto che abbiamo, è indubitabile soltanto che a San Leo, dopo sei anni di segregazione inumana, morì un uomo che il certificato di morte identifica come Giuseppe Balsamo.

È, viceversa, fortemente dubbio che si trattasse del sedicente conte di Cagliostro.

Al di là di queste considerazioni ogni ipotesi è ammissibile anche se non è detto che possa essere buona.

Per inciso dirò che notizie di Cagliostro non possono essere ricercate neppure tra i documenti della Romana Inquisizione che andarono distrutti in occasione della occupazione francese di Roma. E questa circostanza accomuna il Nostro ad un altro mistero: quello che circonda il processo e la morte di Giordano Bruno.

Ma torniamo, per un momento a due strane parole che accompagnano la vita del Nostro.

La prima è Althotas. Nell’esoterismo settecentesco di marca Rosarociana – come ci insegna Eliphas Levi nella sua Histoire de la Magie – era un modo di designare un altro misterioso personaggio: il Conte di Saint Germain, l’immortale. L’accostamento non era casuale: Cagliostro deliberatamente tentava di accreditare la voce di essere tutt’uno con quel Conte o di esserne una reincarnazione. Non è un caso che Cagliostro si proclamasse apprendista di Althotas.

A tale proposito richiamo l’attenzione del lettore sul sigillo cabalistico riportato in alto a sinistra della fig. 1. Questo sigillo era costituito da un serpente trapassato da una freccia che forma la lettera ebraica Aleph: segno di inizio (in senso temporale? Inizio dell’eternità o dell’immortalità?) ma anche di unione (a che cosa? Forse ad Althotas, o se si preferisce a Saint Germain).

In secondo luogo questo sigillo, preso di per sé e fuori dal contestato della figura riferita alle chiavi dei Tarocchi, era accompagnato dalla scritta Ebraica ACHARAT. Acharat era un po’ un nome aggiunto. Qualunque cosa fosse la scritta è stata decrittata dall’occultista Eliphas Levi. Secono tale Autore si sarebbe trattato di un acrostico costituito dai suoni ebraici ACH (= unità di principio ed equilibrio), AR (= unità di vita e perpetuità del movimento rigeneratore), AT (= unità del fine in una sintesi assoluta).

Il  monogramma che accompagna quella immagine sembra confermare l’associazione proposta dal Levi: si tratta del famoso:

Si tratta evidentemente di un trigramma, uno steganogramma esoterico, variamente letto come "Libertà, potere, dovere", oppure "luce, proporzione, densità"; "legge, principio, diritto". Durante la Rivoluzione francese venne letto come “Libertà di pensiero”.

Nel corso del processo che lo condusse a S.Leo Cagliostro stesso lo tradusse come Lilia Destrue pedibusche corrispondeva alla massima cabalistico-massonica del XVI o XVII sec.: “Talem dabit ultio messem

Del resto quale Gran Cofto della Massoneria egiziana Cagliostro si diceva portatore di una dottrina di rigenerazione morale e fisica che era solito identificare con la frase chiave dell’Immortalità del Libro dei Morti "Io sono colui che è".

 Subito dopo la sua morte, cominciò a circolare la voce di una sua fuga da S. Leo. E questa vox populi – che evidentemente parlava di una sua sopravvivenza (in corpo e spirito?) andava evidentemente a rafforzare l’assimilazione di Althotas con Saint Germain.

Il cerchio si era chiuso e di Cagliostro restava solo …. il Conte si Saint Germain.