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Paul Rusesabagina

   

Paul Rusesabagina, durante il genocidio rwandese degli Hutu contro i Tutsi nel 1994, salvò 1268 persone nascondendole nell'hotel belga a quattro stelle che dirigeva. Dieci anni dopo Terry George ne ha tratto un film, Hotel Rwanda. Hideout ha incontrato il cinquantenne Rusesabagina, in Italia per la promozione del film.
   
   
   Inizialmente sembra che a lei interessasse solo la sua famiglia, cosa le ha fatto cambiare idea?

   
   La mia presa di coscienza nei confronti di quello che stava per succedere fu graduale. All'inizio quello che contava per me era soprattutto la mia famiglia, ma quando ho visto il mio vicino che veniva portato via senza un motivo oltre che per la sua etnia, ho capito che avrei dovuto aprire le porte del mio Hotel.
   
   
   Come giudica lo scarso intervento da parte delle forze dei paesi Occidentali?

   
   L'intervento delle Nazioni Unite non è stato efficace, c'erano solo pochi caschi blu che oltretutto non avevano il permesso di aprire il fuoco se non per propria difesa. Anche quello che è stato fatto ad oggi in Rwanda non è sufficiente, solo venticinque persone sono state processate per crimini di guerra, spendendo per i processi internazionali oltre un miliardo di dollari americani.
Solo altre cinquanta persone sono oggi in carcere per quello che è successo. Giustizia non è stata fatta.
   
   
   Dal 1994 è mai tornato in Rwanda?

   
   Sono tornato in Rwanda per due volte dopo il 2003, la prima volta fu grazie proprio a Terry George ed è stata un esperienza profondamente toccante. Ad accogliermi c'era una folla enorme in lacrime che voleva vedermi, toccarmi, festeggiarmi. C'era anche l'intero staff dell'Hotel Mille Collines. Con Terry abbiamo poi fatto un sopralluogo per la città di Kigali e soprattutto nelle campagne attorno. Tutti i progetti rurali che si stavano sviluppando sono stati distrutti durante il genocidio, e dopo dieci anni era tutto da ricostruire di nuovo. Oggi, per cosà dire, sono cambiati i ballerini ma la musica è la stessa.
   
   
   Cosa sta facendo ora per il Rwanda?

   
   Oltre a viaggiare per il mondo e parlare alla gente in modo di fare conoscere quello che è successo, ho creato una fondazione che si occupa dei figli del genocidio. Oggi sono ragazzi che hanno dieci anni, destinati a vivere di stenti per strada e che rischiano di essere una nuova generazione perduta. Sono orfani di genitori assassinati durante gli scontri o, peggio, bambini generati dagli stupri che gli Hutu perpetravano nei confronti
delle donne Tutsi e che le madri stesse rifiutano. La fondazione vuole farli studiare e allontanarli dalle strade, magari cercando di educare alcuni di quelli che un giorno saranno i nuovi leader del paese.
   
   
   Un film può servire per il Rwanda?

   
   Nel 1994 l'Occidente si è disinteressato del massacro che stava avvenendo. Dopo sono in molti a essere venuti in Rwanda per cercare di testimoniare quello che in realtà non avevano visto. Ho continuato a raccontare la mia storia per il mio paese ma anche a scopo terapeutico. Ho visto il film centinaia di volte ma ogni volta le ferite della memoria vengono riaperte e tornano a fare male.