P.K.Feyerabend
 

Filosofo della scienza tra i più noti del mondo, Feyerabend è diventato celeberrimo per il suo cosiddetto "anarchismo metodologico". Nato a Vienna il 13 gennaio 1924, dopo aver conseguito il dottorato presso l'università della sua città si dedica alla fisica e all'astronomia diventando un membro fondatore del Circolo Kraft, diretto da Victor Kraft, già membro del Circolo di Vienna.

In seguito Feyerabend si trasferisce prima in Inghilterra, dove alla London School of Economics segue i corsi di Karl Popper e, in seguito, negli Stati Uniti, dove insegna filosofia all'università californiana di Berkeley .

Inizialmente si è occupato di problemi concernenti alcuni settori scientifici particolari, come la microfisica, e soprattutto di questioni generali sulla metodologia della scienza e la posizione di quest'ultima rispetto alle altre branche della cultura.

Dopo aver sviluppato una critica serrata della cosiddetta concezione ortodossa della spiegazione scientifica (quella elaborata soprattutto da E. Nagel e C.G. Hempel) mediante l'approfondimento di alcune idee già presenti in Karl Popper, Feyerabend ha scritto una serie di saggi (il più famoso dei quali è l'iconoclasta "Contro il metodo") volti a criticare le principali interpretazioni odierne della metodologia scientifica, giungendo anzi ad affermare, sulla base di considerazioni insieme storiche ed epistemologiche, l'inadeguatezza e l'insostenibilità di qualunque teoria del metodo che voglia costringere i tipi di comportamento e di scelte scientificamente accettabili entro un certo numero di norme più o meno rigide.

Secondo Feyerabend quando adottiamo una teoria per spiegare un fatto, il fatto stesso si presenta diversamente una volta che è stato spiegato per mezzo della teoria. In altre parole i fatti dipendono dalle teorie da cui sono spiegati; non è dunque in alcun modo possibile mettere a confronto assunti teorici ed evidenze fattuali.

Per Feyerabend è necessario riconoscere che la scienza ha bisogno e fa uso di una pluralità di standard e che gli scienziati lavorano meglio se sono al di fuori di ogni autorità, compresa l'autorità della ragione. E' questo, in sostanza, il suo tanto discusso "anarchismo metodologico", una visione del mondo e della scienza secondo la quale non vi sono, appunto, regole del metodo che nella storia della scienza non siano state, di fatto, più o meno consapevolmente violate. Ma la cosa importante per Feyerabend è che senza tali violazioni non sarebbe stata possibile la crescita della conoscenza scientifica.

L'anarchismo metodologico del pensatore viennese porta così a conseguenze estreme. Dalla scienza viene eliminata la razionalità stessa ed essa viene assimilata ad una qualsiasi altra dimensione dello spirito (arte, religione, poesia, magia). A suo parere, tanto per citare un esempio storico, non si ha progresso con il passaggio tra la teoria tolemaica e quella copernicana.
Egli è addirittura più radicale rispetto ai celebri approdi di Kuhn, il quale era convinto che fosse una forma di "fede", inizialmente, a far procedere la ricerca poichè in un primo momento un nuovo paradigma scientifico non appare così preciso rispetto al precedente, non ha basi così stabili.

Feyerabend invece sostiene che anche la nozione di progresso scientifico all'interno di un paradigma è pura illusione. A suo avviso, la stessa esistenza di un metodo che contenga principi fermi, immutabili e assolutamente vincolanti come guida nell'attività scientifica è un artificio che non ha nulla a che fare con la concreta storia della scienza.

Egli giunge così non solo a sostenere la pari dignità delle differenti tradizioni all'interno della scienza, ma anche a negare la superiorità della conoscenza scientifica rispetto ad altre forme di sapere, dall'arte all'astrologia.

Nemico delle astrazioni, ossia dei processi astrattivi tipici della scienza o della filosofia (che Feyerabend giudica un complicato processo attraverso cui si tolgono alcune proprietà ad un oggetto e se aggiungono altre, perdendo il contatto con la realtà delle cose), Feyerabend sostiene che "se ci troviamo all'interno della tradizione occidentale, selezioneremo l'informazione scientifica, ma come risultato di un atto di scelta. Ora, il fatto che qui sia implicato un atto di scelta, il fatto che si traggano risultati dalle scienze piuttosto che da qualche altra cosa, viene mascherato dal modo in cui gli scienziati presentano i loro risultati. Non solo gli scienziati ma anche i loro rappresentanti in aree culturali più vaste: filosofi, giornalisti, e così via. Costoro dicono: 'Noi non solo offriamo informazione, diciamo anche che cosa è reale.' Il loro assunto di base è che c'è una realtà che esiste indipendentemente dalla ricerca scientifica, è che gli scienziati - o le persone che usano l'astrazione - hanno trovato il modo giusto di descrivere la realtà, e che perciò quell'informazione deve essere presa in considerazione perché in fin dei conti noi siamo parte della realtà, viviamo nella realtà, e quindi dovremmo conoscerla.

Senonché questa inferenza è del tutto ingiustificata: abbiamo, certo, informazioni che ci aiutano dal punto di vista pratico, ma da questo non consegue che l' informazione sia vera in senso assoluto.

Molte vecchie teorie conservano la loro utilità; per esempio, se lo scopo è di effettuare previsioni approssimative, è possibile usare la vecchia idea che la terra sta ferma e che tutti i pianeti le girano attorno in epicicli - se si scelgono le condizioni iniziali giuste, questa idea darà i suoi frutti. Oggi abbiamo la fisica delle particelle elementari, e anche, in generale, la teoria quantistica. Ma se non vogliamo sapere nulla delle particelle elementari o della chimica, o delle proprietà fisiche delle sfere, e così via, possiamo usare la vecchia meccanica. Perciò, il fatto che qualcosa sia utile non significa che sia anche vera e che abbia a che vedere con la Realtà; e il fatto di trovare qualcosa attraverso l'astrazione non significa che quel che si è trovato stesse là, nel mondo, prima che si cominciasse a fare astrazioni".

Denunciando lo strapotere della scienza nel mondo d'oggi e battendosi per un ridimensionamento del suo peso teorico e sociale Feyerabend dichiara che "essa è solo uno dei molti strumenti inventati dall'uomo per far fronte al suo ambiente e che, al di là della scienza, esistono miti, esistono dogmi della teologia, esiste la metafisica, e ci sono molti altri modi di costruire una concezione del mondo. E' chiaro che uno scambio fecondo fra la scienza e tali concezioni del mondo 'non scientifiche' avrà bisogno dell'anarchismo ancora più di quanto ne avrà bisogno la scienza. L'anarchismo è quindi non soltanto possibile, ma necessario tanto per il progresso interno della scienza quanto per lo sviluppo della nostra cultura nel suo complesso".

Uomo dai vastissimi interessi e dalla personalità passionale e polemica, dotato di un'umanità straordinaria ed intensa come raramente capita di incontrare fra gli intellettuali di professione, negli anni '60 fu inevitabilmente coinvolto nel movimento di protesta degli studenti e s'interessò alla cosiddetta società alternativa ed alle idee di culture e razze non europee; nello stesso tempo cominciò a riesaminare la scuola di pittura dadaista ed il teatro dell'assurdo.

Paul K. Feyerabend, dopo aver vinto l'importante premio Fregene nel 1990, è deceduto nella sua casa viennese il giorno 11 febbraio 1994.


Opere Principali:

Problemi dell'empirismo, I (1965); II (1969)
Contro il metodo (1975)
La scienza in una società libera (1978)
Addio alla ragione (1990)
La maggior parte degli articoli sono raccolti nei due volumi dei Philosophical Papers (1981)

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